L’Uomo Che Uccise Don Chisciotte (2018) [RECENSIONE] | Picarious Visions

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Dopo un quarto di secolo in development hell (con ben 8 tentativi di produzione, ed anche un documentario a riguardo), al punto che pensavo sarebbe diventato una storia interessante del cinema che non fu, un capitolo incredibilmente interessante in libri di storia del cinema, che mi sarei chiesto malinconico come sarebbe potuto venir fuori. Anche quando si venne a sapere che il progetto era riemerso come una fenice, temevo sempre che qualche bega (e beghe ci sono state, anche legali, ovviamente) avrebbe impedito a Gilliam di riuscire in quella che – appropriatamente – sembrava un’impresa da De La Mancha.

Ma dopo aver debuttato (fuori concorso) al 71° Festival di Cannes questo 18 maggio– come ultimo film del festival, pure – è finalmente giunto anche nelle sale italiane. Quasi non ci credo, ma è tutto vero.

Già questo è degno di plauso, una storia sulla perseveranza, e che mi fa rispettare Gilliam ancora di più, anche se recentemente ha detto un sacchettino di stronzate molto fuori tocco (ed è notoriamente non un fan del recente trend dei superhero movie), ma non ha stuprato nessuno, il caro Terry dice corbellerie da anni, e non capisco perchè ultimamente sembri malvisto (circa) dalla critica, visto che anche Tarantino è un autore della stile assai riconoscibile, e non mi sembra che nessuno abbia mai avuto grossi problemi con il vedergli far film nello stile che lo definisce.

IDALGO LIVES!

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Detto questo, sì, non sorprende affatto che Terry Gilliam abbia voluto adattare da 20 anni e passa la storia scritta da Miguel De Cervantes, sarei rimasto scioccato del contrario, visto che il cinema di Gilliam è quasi totalmente un’adorazione del picaresco, dei perdenti, di sogni altissimi dai quali i suoi protagonisti cadono per frantumarsi violentemente sulla realtà, che cerca di tenergli vivi e celebrare ancor più perchè sa che destino gli aspetta. Con il contorno di problemi di produzione (basti ricordare Parnassus).

Ma la storia non è semplice adattamento del celebre romanzo, in quanto vede come protagonista un regista, Toby (interpretato da Adam “Kylo” Driver), un cinico regista di spot pubblicitari, che mentre sta girando un soggetto su Don Chisciotte in Spagna incontra un gitano che vende dvd piratati di film spagnoli, e tra essi trova una copia di una sua opera giovanile, L’Uomo Che Uccise Don Chisciotte, sullo stesso tema delle spot che devono completare (e guarda caso girata in paesino non lontano da lì), un progetto che non andò a buon fine e delusi molti, non solo i locali coinvolti nel film.

Toby decide quindi di passare al paesino, ma scopre che il vecchio calzolaio da lui scelto per il ruolo del cavaliere Do La Mancha è ancora nella parte…. troppo, in quanto è davvero convinto di essere Don Chisciotte, e scambiando Toby per lo scudiero Sancho, lo invischia in una bizzarra serie di avventure rocambolesche, per far rinascere lo spirito della cavalleria nell’età del ferro e dello smarthphone.

GIGANTI, SANCHO!

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Anche se Terry Gilliam stesso avesse detto di non essere interessato a fare un film su Don Chischiotte, anche se me lo avesse detto di persona, non gli avrei creduto, perchè il romanzo di Cervantes è una scelta a dir poco ovvia per un regista come Gilliam, e di fatti a livello di stile potete ritrovare tutti gli elementi che rendono i film del “Python americano” distinti ed unici: la qualità onirica della regia, il continuo gioco tra scene di sogno e realtà filmica, il gusto per il surreale, quasi fiabesco nella caratterizzazione “esagerata” di antagonisti ed ostacoli tirati addosso ai protagonisti, che si sentono strattonati in questi scenari assurdi.

Anche qui abbiamo una storia che vede un uomo di successo dover far conto con il suo passato, subire le conseguenze delle sue azioni (e cercare di rimediare), in questo caso controvoglia seguendo il povero pazzo che ha inavvertitamente creato, e tutte le complicazioni che vengono da quest’uomo con la testa nel 16 secolo dei romanzi cavallereschi.

È una formula familiare ai film di Gilliam, ed è decisamente ben fatta, visto che i personaggi sono assai gradevoli e le recitazioni ottime, con Jonathan Pryce (l’unico attore ricorrente di Gilliam qui presente) è delizioso nei panni del calzolaio che si crede Don Chisciotte, un adorabile vecchio pazzo che è vittima involontaria di Toby, il quale ha un graduale cambio di cuore e spirito, contagiato dalla romantica commistione di follia , ostinazione e coraggio del vecchio, e Driver fa un’ottimo lavoro con questo personaggio – inizialmente – cinico.

Quindi se non avete amato particolarmente i film precedenti di Gilliam, non cambierete idea, non che il film debba o voglia farlo, ma è decisamente più positivo rispetto al pessimismo totale espresso in The Zero Theorem, seppur mantenendo il tipico equilibrio tra scene di sogno (spesso con tono comico) e gretti ritorni alla realtà, ed essendo un film disperatamente romantico, che combatte i mulini a vento pur sapendo di non poter vincere contro la realtà, alla fine, con sempre un’ombra malinconica anche nella “vittoria”.

Le scene surreali ci sono, ma sono curiosamente meno del previsto, ma d’altro canto il numero di scene sogno compensa ciò, anche un pelo troppo, con alcune che sì sono ben incastrate nella storia da rendere chiaro come i personaggi stessi scivolino troppo tra la realtà ed il sogno, ma in alcuni momenti (specialmente verso la fine) ciò rende difficile capire di primo acchito cosa sia successo veramente, od è un pochino in surplus.

Commento Finale

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25 anni di gestazione, ed in qualche modo, L’Uomo Che Uccise Don Chisciotte è realtà nei cinema, e già questo è un traguardo degno di nota. Che poi il film sia buono è decisamente un bel bonus, con personaggi accattivanti, ottime recitazioni (Driver e Pryce rubano la scena), ed una storia picaresca (anche di metacinema) assolutamente perfetta per lo stile di Gilliam, per quello che è un film di Terry Gilliam che più Terry Gilliam non si può, un’ottima cosa se chiedete a me (e lo state chiedendo, se siete qui a leggere).

Non saprei dire se è perfetto od il migliore della carriera del regista americano, ma è decisamente un ottimo ritorno alla forma, con qualche briciola di speranza ed un’attitudine più positiva rispetto a The Zero Theorem, e lo consiglio se avete apprezzato i precedenti lavori de “il Monty Python americano”, in caso contrario non cambierete idea, ma dubito Gilliam si sia mai curato di questo, e se non altro va ammirata la tenacia nel portare a compimento l’opera, dopo decenni spesi in produzioni fallimentari dovute a problematiche di ogni tipo.

Lunga vita all’era della cavalleria, è quello che voglio dire, armatevi di scudieri e via contro mulini!

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