Gohatto – Tabù (1999) [RECENSIONE]

Gohatto 1999.png

Dicembre scorso abbiamo parlato di Merry Christmas Mr. Lawrence (noto anche come Furyo), quindi ritengo appropriato tornare a parlare di Nagisa Oshida con Gohatto (adattamento del romanzo Shinsengumi Kepporoku di Ryotaro Shiba), il suo ultimo film (ed il suo ritorno alla regia, dopo un decennio di lavoro critico-accademico e dopo un’ictus che lo aveva colpito 3 anni prima) , visto il simile tema.

Ma questa volta dobbiamo lasciare David Bowie e tornare nel Giappone del tardo shogunato Tokugawa, con il paese forzatamente aperto (dal noto Commodoro Perry nel 1853) agli scambi commerciali con le potenze occidentali dalla Convenzione di Kanagawa, che portò ad un conflitto intestino tra sostenitori dei Tokugawa e gruppi radicali che volevano riportare l’Imperatore al comando del paese.

Per proteggere il proprio potere, lo shogunato istituì un corpo speciale di polizia, inizialmente formato da ronin, poi espanso e riformato sotto il nome di Shinsengumi (lett. “Nuova Squadra Scelta”), la quale è ormai una parte nota della storia e cultura giapponese, ed è facile vederla rappresentata come soggetto di manga, anime e videogames, come in Gintama, Peace Maker Kurogane, od il più noto Kenshin Samurai Vagabondo, per fare qualche esempio facile.

THIS IS THE SAMURAI POLICE

Gohatto 1999 Ijikata e Kondo.png

Nel Giappone del XIX secolo, periodo politicamente turbolento, con il paese forzato all’apertura e movimenti radicali che vogliono risolvere l’iniqua situazione venutasi a creare togliendo il potere allo shogun e riportandolo all’Imperatore, il governo Tokugawa istituisce una speciale forza di polizia formata da samurai senza padrone (sopraccitati ronin), la Shinsengumi al fine di proteggersi da un colpo di stato e mantenere l’ordine.

A questo gruppo elitario di samurai (comandato da Kondo Isami, fedele ai Tokugawa) viene ammesso Kano Sozaburo, giovane e bello, determinato ad entrare nella squadra invece di ereditare la professione del padre, un realizzato mercante. Non è la sua abilità con la spada ad essere messa in discussione, ma l’effetto che ha sul resto della Shinsengumi, con il suo aspetto che attrae sia i suoi colleghi che superiori, in un gruppo esclusivamente maschile, regolato da leggi interne ancora più ferree del solito, in un epoca e luogo tutt’altro che apertamente permissivi verso le relazioni omosessuali.

Nonostante le voci si spargano e Kano sia corteggiato da numerosi samurai tra le varie divisioni della Shinsengumi, nonostante abbiano varie relazioni con esse (anche sessuali), Kano non riesce a dimenticare Tashiro, un altro giovane, reclutato nella squadra nello stesso momento, il suo primo amante, che diventa un segreto di Pulcinella per la loro divisione, specialmente quando si viene a sapere che Kano non è mai stato con una donna, il che gli procura scherno da alcuni soldati (e fa rizzare le orecchie ad altri).

Ma anche chi non è direttamente attratto dal giovane ed androgino ragazzo, si sente in qualche modo bendisposto e tollerante verso di lui, nonostante l’agitazione che provoca tra i ranghi, che preoccupa i capitani, coscienti di dover in qualche modo arginare o “sistemare” ciò, specialmente visto che i desideri imperscrutabili di Kano, che – come molti notano e fanno notare – è ricco ed agiato da non aver bisogno o motivo chiaro per voler entrare nella Shinsengumi, e di alcuni incidenti (tra cui l’omicidio di un soldato del gruppo) che mettono in gioco il nome e l’onore della squadra, ed indirettamente anche quello dello shogun.

BLOSSOM BLADE

Gohatto 1999 Kano Sozaburo.png

L’ambientazione storica di un Giappone in tumulto dopo aver rotto (contro loro volere) l’isolazionismo, uno scenario di fragilità e confusione, in cui il voler ancorarsi a sicurezze ed ordine (spesso legandole a concetti del passato) richiede decisioni e metodi brutali, è un ottimo sfondo per una storia di amore omosessuale e tradimento al crepuscolo dell’epoca dei samurai, non il focus della narrazione (ci sono discorsi su un piano per evitare la guerra aperta contro i gruppi radicali, ma ultimamente non va da nessuna parte), che è sul dramma e le situazioni romantiche, ed occasionalmente ha combattimenti tra samurai (oltre a quelli amichevoli con spade di legno) ben coreografati, sebbene brevi e non particolarmente cruenti.

Il film non è “timorato” al riguardo, visto che non ha problemi a mostrare la decapitazione di un samurai traditore ed uno dei personaggi prendere la testa decollata (decenti effetti speciali, sebbene datati) per confermare ai capitani che l’incaricato è stato eseguito, ma altrimenti non è affatto grafico, anche con le scene di sesso (non c’erano pesche in Giappone, mettiamola così) preferendo implicare che mostrare, ma comunque con momenti erotici efficaci, a prescindere dalle vostre inclinazioni. E cosa essenziale, personaggi interessanti sostenuti da archi narrativi più che adeguati e recitazioni all’altezza, che non mancano qui.

ALL IN THE GANG

Il cast è eccelso, non solo Kitano (qui creditato come “Beat Takeshi”), ma anche Tadanobu Asano, che ha un interessante carriera, visto come lavorò spesso in film di autore e di nicchia, spesso assieme a Kitano (Ichi The Killer, Zatoichi, Shark Skin Man and Peach Hip Girl, Picnic), ma anche in film mainstream recenti, come la trilogia filmica di Thor (MCU), o quella scopiazzatura di Transformers (quelli di Bay) basata sul gioco da tavolo Hasbro, Battleship. E giusto perchè il mondo è relativamente piccolo, abbiamo anche Tomoworo Taguchi in ruolo di supporto, decisamente diverso dal recitare nei primi due Tetsuo e nella trilogia Dead Or Alive di Takashi Miike (ononima dei film basati sulla serie di picchiaduro Tecmo), oltre a Kei Sato, un nome ricorrente nella filmografia di Oshima.

Film di debutto invece per Ryuhei Matsuda (meglio noto per Black Rain di Ridley Scott), nei panni del protagonista Kano Sozaburo, che interpretò quando aveva solo 16 anni, una scelta di casting vincente per meglio dipingere il personaggio di questo ragazzo, finito in un mondo di uomini che sono attratti dalla sua bellezza e gioventù, con un turbinio di emozioni che non sembrano mai apparire sul suo volto glaciale ed aggraziato, a tratti inquietante.

Gohatto 1999 Okita e Ijikata.png

Alcune inquadrature e passaggi sono stilosi ma inizialmente confusionari, specialmente quella in cui vediamo i capitani riuniti a cena, in una sequenza che è sì gradevole, spaziosa, e mi mostra tutti i commensali in maniera non banale, ma che rende difficile capire esattamente chi parla finchè la camera non si avvicina un po’ agli attori. Minuzie, comunque, nulla che una sountrack curata da Ryuichi Sakamoto (a cui posso recriminare solo di non essere Forbidden Colours, ma d’altronde, cosa lo è?) non faccia facilmente passare sopra.

Piccolo commento sulla versione italiana Warner Bros (esiste anche una versione più economica da edicola), pubblicata sotto il nome di “Tabù-Gohatto”, purtroppo presente sul mercato nostrale solo in DVD, certo ben fatta, con un buon doppiaggio italiano, diversi contenuti extra (trailer, informazioni sul regista e su Sakamoto, filmografia, anche l’opzione di vedere l’intero film con solo musica ed effetti sonori, interessante), ma ahimè, ancora niente Blu-Ray.

Commento Finale

Non starò a dire che Gohatto è IL film di Nagisa Oshima, visto che non conosco (non ancora, almeno) tutta la sua filmografia, ma è decisamente un buon – se non ottimo – film con il quale concludere la carriera, tornando in un territorio familiare dell’erotico e del politico, con una storia di amore omosessuale proibito durante il periodo della Shinsengumi, la squadra scelta di samurai fedele allo shogunato, qui sconvolta dall’arrivo da un bellissimo ma alquanto enigmatico giovane, Kano Sozaburo, che diventa oggetto di desiderio sia di colleghi suo pari che di insospettabili capitani, scatenando una sottile tempesta proibita (contro la legge, come il titolo stesso dice) che deve essere calmata nel nome dell’ordine e dell’onore.

E mi sembra un po’ crudele paragonarlo a Furyo/Merry Christmas Mr. Lawrence e dover far notare la mancanza di David Bowie ed il contesto più estremo ed efficace, ma sarebbe altrettanto crudele negare che Gohatto è decisamente opera di un maestro del trasgressivo e dell’erotico, e decisamente un buon frutto della sua esperienza, con una regia intima ma anche distante che ben ci mostra i conflitti che animano gli ottimi personaggi (anche se alcuni punti certe inquadrature ricche di stile rendono difficile seguire il dialogo), ed anche se manca il Duca Bianco, il ritorno di Ryuchi Sakamoto alle musiche ed un cast che comprende Takeshi Kitano, Tadanobu Asano, un giovanissimo Ryuhei Matsuda (qui al suo debutto cinematografico)…. rimane ben poco di cui lamentarsi.

E se siete incerti, vedetevi questo e Furyo, non si può sbagliare così.

Gohatto 1999 cherry falls

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...