Benvenuti a Marwen (2018) [RECENSIONE] | Marwendolls

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Zemeckis ci racconta ancora di individui peculiari e “danneggiati”, dopo esser tornato al live action nel 2012 con il buon Flight (e no, non ho visto The Walk o Allied), e parzialmente all’animazione, una diversa dai suoi tentativi con Beowulf, The Polar Express e A Christmas Carol, in tutta onestà non penso sia una grande tragedia il fatto che non vediamo più quel tipo di animazione in giro (almeno nei lungometraggi).

Basato sulla vita ed i lavori di Mark Hogancamp (già raccontati nel documentario Marwencol, di cui questo è l’adattamento cinematografico), Benvenuti a Marwen ci racconta del percorso di riabilitazione che Mark (qui interpretato da Steve Carell) intraprese dopo aver subito un violentissimo pestaggio da parte di 5 individui (che da ubriaco lo sentirono parlare di come gli piaceva indossare occasionalmente scarpe da donna), che lo lasciò inizialmente incapace di parlare e camminare, ma soprattutto gli fece completamente perdere la memoria di quanto vissuto prima del suddetto pestaggio.

Per vincere questo suo trauma, Mark costruisce un villaggio di bambole in stile/tema Seconda Guerra Mondiale, che fa teatro di avventure, anche alcune basate sulla sua vita, od i frammenti di essa che riesce a recuperare da foto, disegni ed altre cose che portano il suo nome, volto o firma. Ma inevitabilmente, Mark deve confrontarsi di nuovo con i 5 criminali che lo hanno picchiato a sangue, sebbene in tribunale.

HEELS & DOLLS

Non è una sorpresa che il villaggio di Marwen sia il mezzo con cui Mark cerca di ricomporre e dare un senso ad una vita che gli è stata tolta, cancellata dalla violenza, con cui elabora la propria sessualità ed il suo rapporto con le donne della sua vita, creando storie con esse per il suo io ideale (Ogie, un soldato americano impiegato nella Seconda Guerra Mondiale che combatte i nazisti con pistole e la battuta pronta), usando bambole snodabili, miniature curate nei dettagli, immaginazione e fotografia per creare la narrativa interna al mondo di Marwen, che usa animazione 3D per transizionare via dal mondo live-action (quando non si sovrappongono nella mente di Mark).

Per quanto riguarda l’animazione usata, è ottima, potreste pensare che forse sarebbe stato più “legit” lo stile stop-motion per esse, ma onestamente non trovo nulla di cui lamentarmi , visto che le bambole-personaggio hanno un design che vi ricorda sono bambole, siano le giunture, le zone d’incastro dei vari “pezzi”, e quando qualcuno muore a Marwen, casca morto come farebbe una miniatura sbalzata da un dito dispettoso (gran tocco). Quello ed i vari segmenti animati/fantastici sono onestamente assai divertenti, visto che hanno la trama interna di un film stile action-exploitation ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale, una scusa come un’altra per crivellare di colpi in maniera esageratissima – ricordate, i caricatori sono per idioti – nazisti su nazisti, intrattenimento sempre benvenuto.

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Il mio maggior problema con essi è che a volte sono un po’ invasivi ed inutili, visto che servono a ribadire sottotesto e tematiche già resi chiari o che comunque non necessitano davvero che qualcuno gli sottolinei, né aggiungono davvero qualcosa al film. Il film non è esattamente subdolo al riguardo, né intende esserlo nei paralleli che traccia tra la vita vera di Mark e le storie di Marwen, ma diciamo che qualche minuto di questi segmenti l’avrei tagliato, ancor più perchè questo non è una pellicola corta, quasi 2 ore, non è lento, ma in questi momenti , in cui la sceneggiatura ribatte un chiodo già ben fissato perchè ne sente bisogno, sarete ricordati della durata complessiva del film.

E quella citazione da Ritorno Al Futuro… boh, forse più avanti sarà carina, ma qui sembra forzata (sì, è sempre Zemeckis, ma non c’è motivo di inserire la Delorean qui) ed un po’ imbarazzante, non orrida, ma ne avrei fatto anche a meno, onestamente.
Minuzia personale, comunque.

MARWEN MARCHEN

Fuori dalle avventure a base di nazisti e resistenza composta da pin-up guerriere, Benvenuti A Marwen è la storia di un uomo distrutto che cerca di trovare un nuovo senso alla sua vita, di confrontare il trauma causato dal pestaggio (l’unica cosa che ricorda), e di venire a capo con sé stesso, con la sua sessualità (messa in questione e causa indiretta del pestaggio), di accettarsi, affrontare i suoi assalitori ed andare avanti con la vita che ha, visto che è un artista, con la sua installazione di Marwen.

Ho letto critiche sul fatto che il leit motif generale del film (“l’immaginazione e l’arte possono curare”) finisca per affermare l’opposto, ma non capisco, perchè Mark si rifugia in quella narrativa che crea per Marwen, ma ultimamente riesce ad utilizzare essa per superare la sua resistenza a voler affrontare l’udienza e rivedere i suoi assalitori, riuscendo ad utilizzare davvero la sua arte per superare questo masso psicologico che teme gli cadrà addosso, che lo terrorizza, una realtà che non vuole affrontare.

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Avrei capito se Marwen fosse stato solo escapismo per il protagonista, o peggio, lo avesse reso dipendente dalla favola di guerra che si inventa per scappare dalla realtà, ma non è questo il caso, visto che Mark va al lavoro, ha conoscenze, ma è anche chiaramente un uomo psicologicamente fratturato, rattoppato e tenuto assieme anche dal supporto di altri, dei quali ha bisogno assieme alla valvola di sfogo e superamento che è Marwen.

E la personalità di Mark non è solo eccentrica (non è il clichè artista eccentrico), ma è un misto di dolcezza pura e comportamento imbarazzato/imbarazzante, fragile ma con peculiarità che vorrebbe poter accettare davvero, senza finir per incolpare sé stesso (ottima recitazione da parte di Carell).

Tutt’altro, questo film sembra voler dire che sì l’arte e l’immaginazione possono curare le ferite profonde dello spirito, ma che non sono panacee miracolose da sole, in quanto la realtà va affrontata ultimamente, e farsi aiutare da persone che tengono a noi va bene, anche se poi l. Ancora meglio quando hai un cast di supporto ottimo, dei buffi momenti comici e del buon dramma (non va tutto benissimo, né dovrebbe) a dare maggiore realtà alla vicenda.

Commento Finale

Mi dispiace assai che questo nuovo film di Zemeckis non sia facendo faville (anche qui in Italia), perchè nonostante alcuni fastidiosi momenti in cui vengono ribadite cose già chiare o spiegate in precedenza, il celebre regista non ha perso il tocco, raccontandoci un altra storia ispirante (basata su una storia vera, già adattata in un documentario) su un uomo incompleto e peculiare, che solo superficialmente può sembrare simile a Forrest Gump.

È sempre una storia toccante e con protagonista inusuale che celebra lo spirito umano, sì, ma Benvenuti A Marwen non è su come si possa vivere felici anche se il tuo Q.I. conta poche decine (potete fare una battutina qua, se volete), ma su come l’arte e l’immaginazione possano risanare un’anima distrutta, come quella di Mark Hogacamp (interpretato da un fantastico Steve Carell, che una sera da ubriaco fa sapere che ama indossare scarpe da donna, e viene picchiato così selvaggiamente che non ricorda nulla di chi era prima del pestaggio, e si ricrea da zero con il suo immaginario villaggio belga di Marwen, creando storie per esso ed i personaggi di cui popola attraverso modellini, bambole e fotografia.

Un film che – contrariamente a quanto certe critiche dicono – si merita eccome il dramma, non lo elemosina in virtù del tipo di storia, visto che le parti realizzate in animazione sono perlopiù divertiti e divertenti segmenti che strizzano l’occhio forte a cinema d’azione di genere sulla WWII (e Zemeckis ha abbandonato lo stile di Polar Express), sono ben amalgamate ed alternate con il live-action, e c’è ben poco di melenso od eccessivamente positivo solo per compiacere. Buon (se non ottimo) film, senza dubbio.

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